I media occidentali ci stanno propinando la fola dei monaci buddisti che si immolano per l’indipendenza del loro Paese e la democrazia. Si osannano i seguaci del Dalai Lama, e lo stesso santone, come paladini della lotta per i diritti civili del popolo. Un’autentica idiozia. Ai monaci buddisti non importa un accidenti della liberazione del popolo tibetano, almeno non come la intendiamo noi occidentali. Nel Tibet si sta consumando un’autentica faida di potere. I buddisti tibetani, infatti, credono come verità di fede che il Dalai Lama debba essere al tempo stesso capo religioso e autorità politica assoluta della loro nazione. E certo non chiameranno alle urne il popolo: la “carica” del Dalai Lama non è elettiva, ma sovrannaturale. L’attuale, al secolo Tenzin Gyatso, 71 anni, è considerato dai suoi seguaci la reincarnazione del suo predecessore. Lo hanno “selezionato” attraverso prove e premonizioni. Lui, o un suo successore, dovrà essere il futuro pontefice-re dei tibetani. L’occupazione cinese del territorio (peraltro iniqua come ogni occupazione, da quella ebraica in Palestina a quella anglo-protestante in Irlanda) impedisce la realizzazione del progetto di Stato religioso. Tutto qui. Ecco per cosa si lotta in Tibet. Gli occidentali, imbevuti di ideologismo a buon mercato, sono sempre convinti che in ogni parte del mondo qualsiasi popolo aneli alla democrazia liberale. Questa idolatria democratica non esiste in Tibet, così come non ha fatto seguaci in Iraq. Insomma, lo scenario è leggermente diverso dall’interpretazione politicante. E soprattutto, con buona pace del laicista e acceso dalailamista Marco Pannella, in Tibet si muore e si ammazza per porre fine alla separazione tra la religione (buddista) e il potere politico (buddista), ora in esilio.





