
di Fabio Sansonna
Leggere l’evoluzione a partire da una coscienza religiosa non nega l’idea biblica del divino, anzi il dato scientifico arricchisce l’idea di Dio che ognuno ha dentro, se si pensa che quanto sinteticamente narrano i racconti biblici della creazione in realtà corrisponde ad una lunga opera da parte di Dio nel plasmare e riplasmare gli esseri viventi a partire sempre dagli stessi atomi, gli stessi che costituiscono il materiale stellare. Il corpo umano contiene gli stessi atomi della polvere di stelle, perciò in Genesi si afferma che “Iddio formò l’uomo dalla polvere”(2,7) e ancora “…polvere sei e in polvere ritornerai” (3,19).
In questa prospettiva la evoluzione degli esseri è concepibie come qualcosa di divino. Tutto questo rimodellamento continuo e progressivo desta stupore per la grande intelligenza, fantasia e pazienza e amore che Dio ha manifestato in questa sua grande opera. Nell’ultimo secolo i dati paleoantropologici e biblici si sono scontrati con alterni argomenti. Da una parte di ricercata conciliazione: famoso il libro di Keller “La Bibbia aveva ragione“ del 1955, dall’altra di ostinata volontà di contrapposizione ai racconti biblici, come se fossero stati prodotti da pura fantasia e non in contesti paleontologici e storici reali e ben identificabili. Pio XII nell’enciclica Divino Afflante Spiritu del 1947 spiegò che la Bibbia non va presa in senso letterale, perché molti elementi dipendono dall’espressione linguistica propria dell’autore sacro. S.Agostino disse che attraverso la Bibbia Dio vuol far di noi dei cristiani e non degli scienziati. Del resto i capitoli del Genesi sulla creazione lasciano intendere che Dio creò tutto plasmando volta per volta gli esseri viventi, fino a giungere all’uomo, dopodichè si riposò (Gen1-2). Ammettere la possibilità dell’evoluzione degli esseri viventi arricchirebbe l’idea di Dio che abbiamo, la renderebbe più dinamica e affascinante, corrispondente ad un progetto (Logos) ed è coincidente con l’ idea di una Bellezza da attribuire al Mistero che ha fatto tutto ciò che esiste.
Un problema di uso della ragione
La fede c’entra con l’impatto dell’io con il reale, con la conoscenza del vero, "adaequatio rei et intellectus" diceva S. Tommaso d’Aquino. La realtà sollecita il senso del vero, del bello e del buono e questo livello di conoscenza è alla portata di tutti gli uomini dotati di ragione, dello scienziato come dell’analfabeta. Lo studio e l’analisi della realtà nella sua struttura e nella sua dinamica funzionale è un passaggio successivo nel rapporto col reale, un passaggio non richiesto a tutti. Ma il primo passaggio è doveroso per tutti, e se lo scienziato lo salta si arriva a situazioni catastrofiche, ad esempio pensiamo alle conseguenze della scoperta dell’energia atomica, usata subito contro altri esseri umani e non certo in positivo. Quando lo scienziato salta il primo passaggio dell’uso della ragione, che riguarda il senso della realtà e della vita di tutti, diventa pericoloso per l’umanità intera. Gli uomini del Paleolitico potevano usare in questo senso la ragione esattamente come la usiamo noi, anche se il loro livello di nozioni sul reale era infinitamente inferiore al nostro. “Guardate i gigli del campo” diceva Cristo (Mt 6,28)per suscitare il senso della vita nei discepoli, ma non ha mai detto che dovevano essere dei botanici per conoscere i gigli del campo, altrimenti avrebbe escluso la maggioranza della gente dal rapporto con i gigli : ciò che Egli sollecita è il livello di uso della ragione che c’entra con la fede. La Bibbia evoca questo uso della ragione fin dal Genesi, l’impatto dell’ io davanti al creato, per suscitare la domanda di senso, che è alla portata di tutti, perché tutti hanno un io e tutti impattano la realtà.
Osservando la Pietà di Michelangelo l’io ha un impatto che sollecita il senso del bello, del significato, della memoria di ciò che rappresenta e di cosa dice alla nostra vita presente, poco o nulla importa sapere tecnicamente se la mano sinistra di Cristo è stata scolpita prima del piede destro o viceversa; analogamente, ascoltando una musica l’impatto è dell’io con la bellezza che i suoni suscitano, poco o nulla importa sapere se un movimento è stato scritto prima dell’altro o altri dettagli tecnici, questi avranno senso solo in seguito, per gli specialisti del campo, i musicologi, ma non per tutti. In sintesi, il dettaglio tecnico non rappresenta il primo livello di rapporto con la realtà, e non è richiesto a tutti. La fede dunque è un tipo di rapporto con la realtà,illuminato dalla Rivelazione, che non implica necessariamente il dettaglio tecnico, ed è accessibile a tutti coloro che sono dotati di umana ragione.
Marx dedicò a Darwin l’edizione inglese del Capitale come riconoscimento per aver eliminato l’idea del divino nelle sue trattazioni sull’evoluzione degli esseri viventi. Il darwinismo rappresenta solo uno dei tanti esempi post-illuministici di eliminazione della figura paterna, dell'autorità, e si configura innanzitutto come problema spirituale e culturale, prima ancora che scientifico. A voler ben vedere, Darwin non ha dimostrato niente di veramente scientifico: ex-studente che non concluse gli studi di Medicina, ex-teologo anglicano, egli ha semplicemente rilevato delle analogie tra gli esseri viventi, e fin lì la sua poteva essere un'interessante ricerca scientifica, ma ciò che ha prodotto alla fine volendo interpretare le sue osservazioni è stata solo una filosofia materialistica della natura, ma non una scienza. Infatti le analogie formali esteriori non dimostrano per niente la derivazione materiale di un essere vivente da un altro: Darwin non conosceva la genetica, la scienza fondata successivamente dall’abate Gregor Mendel, monaco agostiniano ceco del secolo XIX. Quella genetica che ha oggi confermato che, ad esempio, tra i due tipi di Homo Sapiens formalmente più simili, noi e l’uomo di Neanderthal, non esiste nessun tipo di derivazione e paradossalmente le osservazioni di Mendel si stanno oggi rivelando un contributo molto più essenziale per la scienza, anche in campo evolutivo, che non la filosofia darwiniana.
lI Magistero della Chiesa Cattolica sull’evoluzione ed i limiti scientifici del positivismo
I giudizi espressi da Pio XII in proposito sono ancora oggi di un’attualità indiscussa:“Non si conosce nessun processo naturale mediante il quale un essere ne produca un altro di natura differente; il processo con cui una specie ne genera un’altra resta del tutto impenetrabile, nonostante numerosi stadi intermedi, che non si è ancora riusciti sperimentalmente a far derivare una specie da un’altra specie; e finalmente noi non sapremmo assolutamente a quale stadio di evoluzione l’ominide ha varcato di colpo la soglia dell’umanità. Si crede di dover dire che le ricerche sull’origine dell’uomo sono ancora ai loro inizi; che la rappresentazione che oggi se ne fa non può essere considerata definitiva “. (Pio XII ai partecipanti al Primo Congresso Internazionale di Genetica Medica, 7 settembre 1953). Queste considerazioni sono valide ancora oggi a distanza di un lustro. .“Alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano dalla materia inorganica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa materia la più grande moderazione e cautela “ (Pio XII , enciclica Humani Generis,1950).
Pio XII confermava che il corpo umano poteva essere frutto di una evoluzione a partire da forme viventi pre-esistenti (il fango biblico,cioè materia vivente), ma che l’anima viene infusa immediatamente da Dio. Una visione che verrà confermata anche da Giovanni Paolo II nel suo discorso all’Accademia delle Scienze nel ’96, che non ha escluso l’ipotesi evolutiva limitatamente al corpo e riconoscendo in Dio il protagonista di questa evoluzione. Il problema quindi, non è tanto l’evoluzione, ma il protagonista dell’evoluzione. Se davanti ad una serie di statue si coglie uno sviluppo delle tecniche e del genio artistico passando dalle meno recenti alle più recenti, questo non implica che una statua derivi materialmente dall’altra, ma semmai che c’è stata una evoluzione nello spirito e nel genio dello scultore. Ora, in qualche modo Darwin ha trattato gli esseri viventi esattamente come se fossero statue, basandosi solo sull’analogia delle loro forme esteriori, per elaborare infine una filosofia di derivazione materialistica ed escludendo una varietà di altri fattori e tra cui l’ipotesi più logica, quella dell’evoluzione concepita nella mente del Creatore.
“Eliminando le emozioni dell’animo umano e lo stupore che avrebbe colorato le loro scoperte, gli scienziati non hanno potuto comprendere la natura che come gli impresari di pompe funebri comprendono la persone di cui ricompongono il cadavere: capiscono molto del corpo, ma poco dell’anima, della vita….essendosi conferiti una nuova autorità, ma avendo perso il senso dello stupore, gli scienziati si sono compiaciuti più del loro intelletto che dei fenomeni che la loro intelligenza permetteva loro di scoprire”.
Sono parole del comandante francese Jacques-Yves Cousteau, il quale senza dubbio fu molto più scienziato che filosofo rispetto a Darwin e tanti altri. D’altra parte l’ipotesi di un ID (intelligent design) espressa da alcuni scienziati creazionisti non corrisponde ad un’ autentica idea di Dio, infatti il disegno per quanto intelligente non può limitarsi alla sola sfera biologica e materiale, altrimenti si limiterebbe l’intelligenza del disegnatore a schemi e forme precostituiti, e favorirebbe in ultima analisi l’idea protestante di predestinazione, di un Dio che non è amore, o l’idea massonica del tutto materialista di un architetto dell’universo. “Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’ evoluzione. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato,ciascuno è necessario “ ha detto Benedetto XVI in una omelia a Roma il 24 aprile 2005.Sostenere poi che Dio sia intervenuto solo alla fine dell’evoluzione, dopo processi spontanei della materia e limitando il Suo operato alla sola infusione dell’anima, è inammissibile per la logica stessa, perché per Dio è più semplice manifestarsi agendo sulla materia che sullo spirito. Gesù Cristo lo affermò quando guarì il paralitico, e ponendo la questione se fosse più facile guarire una malattia fisica o perdonare i peccati (Mc 2,8-11). E comunque tutto l’Antico Testamento è una lode a Dio creatore (Giobbe 38-40, 2 Maccabei 7,23 ).
Uomo e autocoscienza
Con la comparsa dell’uomo attuale si afferma un livello di coscienza superiore a quello degli animali secondo quanto afferma secondo il neurofisiologo australiano, premio Nobel per la Medicina nel 1963, John C.Eccles. Gli animali più evoluti hanno un certo grado di coscienza, ma solo l’ uomo è dotato di autocoscienza. Un gatto non sa di essere un gatto, cioè non percepisce di esistere, solo l’uomo è autocosciente. Da un punto di vista scientifico questa autocoscienza è il prodotto di un rapporto tra due esseri, Egli ha dimostrato l’esistenza di unità energetiche, gli psiconi esistenti fin dal concepimento e del tutto indipendenti dalla presenza di un sistema nervoso : l’abbozzo neurale appare infatti al 14° giorno nell’embrione. “La tradizionale teoria evoluzionista non ha considerato la comparsa dell’autocoscienza durante gli ultimi stadi dell’evoluzione degli Ominidi…. Come ha affermato Lack ( 1962) tutti gli aspetti spirituali della natura umana sono per sempre oltre le spiegazioni scientifiche del darwinismo “. Il presupposto filosofico di Darwin e dei positivisti, secondo cui per ottenere una conoscenza oggettiva occorre eliminare il Mistero e la ragione come ricerca di senso, si è rivelato fallimentare anche da un punto di vista scientifico, come commentano queste parole di Ian Tattersall : “La concezione del cervello come macchina ..non ci ha aiutati a capire come il cervello generi la qualità che chiamiamo coscienza”. “ Il cervello di tipo moderno” …può essere rimasto “ inattivo fino a quando uno stimolo…lo mise all’opera nell’ambito di una popolazione locale”…” l’origine della nuova specie aveva avuto due caratteristiche : la rapidità ed il fatto di non aver coinvolto una grande quantità di cambiamento morfologico, perlomeno nelle caratteristiche osservabili nei fossili”; e a proposito del linguaggio: “ …è molto più plausibile immaginare che esso si sia diffuso dal suo luogo di origine attraverso il contatto e la diffusione fra popolazioni umane …che già possedevano la capacità potenziale di acquisirlo e non fra quelle numerose popolazioni di individui i quali… fisicamente uguali a noi, mancavano di quella capacità”. Ma anche il professor Sam Zhang afferma : “ Ciò che vediamo nel DNA è un programma che si basa su due versioni, un big code e un basic code. La prima deduzione è che il programma completo non fu scritto sulla terra, la seconda implica che i geni in se stessi non spiegano l’evoluzione, qualcosa d’altro entra in gioco “.Si potrebbero applicare a Darwin le stesse parole che Vasilj Grossman scrisse nel suo romanzo “Vita e destino” nei confronti di K. Marx : “Si era convinto che le forze da lui individuate fossero le uniche a determinare lo sviluppo della società e il cammino della storia. Non si era accorto che esistono forze potentissime in grado di riunire un popolo al di sopra delle classi “.
L’uomo biblico
Uno stimolo, afferma Tattersall, e J.Eccles affermava che solo un rapporto di comunicazione tra due esseri può far nascere l’autocoscienza. Se leggiamo attentamente il Genesi (2,7) osserviamo che l’uomo diventa un essere vivente quando Iddio gli infonde il suo soffio vitale, ma soprattutto che questo avviene in un momento storico in cui gli uomini praticavano già agricoltura e pastorizia: “Abele fu pastore di greggi e Caino agricoltore” (4,1). I figli dei primi uomini e quindi i loro genitori Adamo ed Eva, devono essere collocati storicamente in un periodo non anteriore a 12.000 anni fa, quindi nel periodo post-glaciale, perché prima di allora le forme umane esistenti erano costituite da cacciatori e non esistevano ancora agricoltura nè pastorizia. Questo implica che all’epoca esistevano sulla terra solo degli Homo Sapiens Sapiens come quelli attuali, come noi, perché i neandertaliani erano già scomparsi da tempo. Questo indica chiaramente che alla Bibbia non importa descrivere le origini del corpo umano né le sue tappe evolutive, ma solo il momento in cui l’uomo entra in comunicazione con un altro Essere e diventa autocosciente e perciò viene definito uomo. L’uomo biblico non è tale perché ha assunto la stazione eretta, ha imparato a disegnare nelle caverne ed accendere il fuoco, ma è uomo perché è diventato capace di rapportarsi con Dio.
nella foto : l'abate agostiniano Gregor Mendel
Bibliografia
Jacques-Yves Cousteau, Susan Schiefelbein. L’homme, la pieuvre et l’orchidèe. Edition Robert Laffont, Edition Plon, Paris 1997, pag. 303
J.C. Eccles Evoluzione del cervello e creazione dell’io. Ed. Armando, Roma 1989
J C. Eccles. Come l’io controlla il suo cervello. Rizzoli 1994
Ian Tattersall Becoming human Il cammino dell’uomo, Garzanti 2004
Fiorenzo Facchini. “E l’uomo venne sulla terra.” Ed San Paolo. 2005.
Giovanni Lo Presti. Darwin bocciato in Medicina. Bonanno Editore,Catania p 416, 2009



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